Tue Nov 22 08:53:43 CET 2016
Il dolore - Goriano Rugi Psychora
L’esperienza del dolore in qualche modo e in qualche misura riguarda tutti noi, e spesso rappresenta l’elemento centrale della prassi terapeutica. Che cosa è il dolore, fisico e mentale, e che fine fa il dolore sono dunque domande a cui medici, psicoterapeuti, psicoanalisti, psichiatri, non possono sottrarsi.

 

Il dolore ha infinite manifestazioni e sfumature, da quello delle frustrazioni quotidiane, agli inevitabili lutti della vita, ai gravi traumi dell’esistenza, fisici e morali, la violenza, il rifiuto, la perdita, l’abbandono…e certamente i tracolli economici, la malattia, la crescita, la vecchiaia, la morte.

Definire il dolore è molto difficile, e per alcuni impossibile (Lalande), perché l’uomo soffre sempre nel suo insieme, come persona in relazione, con se stesso, gli altri, il suo contesto, la sua storia, la sua appartenenza sociale, culturale e religiosa. Il dolore pertanto non può essere ricondotto a nessun punto di vista parziale. Putnam (1975) lo considera uno stato funzionale che riguarda l’intero organismo e Canguilhem (1966) dice che “L’uomo fa il suo dolore”, per evidenziare che tra stimolo nocicettivo e percezione del dolore c’è tutto lo spessore dell’individuo nella sua singolarità e la sua storia. In psicoterapia infatti non si dà la possibilità di un dolore al di fuori della persona che soffre, e ogni persona soffre sempre dal luogo della sua storia, dalla memoria senza ricordo della propria esistenza ferita. Ogni persona soffre quindi sempre nella sua interezza, ma nella clinica Bion ricorda che il nostro problema è quello di capire quando un paziente non dorme per un dolore o racconta di aver fatto un brutto sogno, dove localizzare il disagio? L’origine del disagio è fisica? Oppure è ciò che chiamiamo ‘mentale? Bion (1970) osserva che “noi sentiamo la necessità di distinguere tra il dolore provocato da una gamba rotta e quello dato, ad esempio da un lutto”, ma distinguere tra dolore mentale e dolore fisico potrebbe essere una mera illusione. In fondo “non esistono cose come un ‘corpo’ e una ‘mente’, esiste un ‘lui’ o una ‘lei’, “una persona completa”, in continua trasformazione, dice Bion (1983), che fa un esempio pittorico: “Picasso traccia un disegno su una lastra di vetro cosicché può essere visto da un lato e dall’altro…guardate da un lato, c’è un dolore psicosomatico. Giratelo, ora è somato-psicotico. È lo stesso. Ma ciò che si vede dipende dal modo in cui si guarda, da quale posizione o vertice” (Bion,1987).

Il dolore dunque partecipa del mistero del rapporto corpo/mente e ogni teoria sul dolore deve tener presente che la mente è sempre mente incarnata, ma anche che il corpo è almeno in parte una nostra creazione. Il dolore va dunque cercato nel corpo, o meglio nella carne -come direbbe Merleau Ponty- perché la carne non è solo corpo, ma “elemento” dell’Essere, in cui la visibilità è superficie di una profondità inesauribile. È nella carne inoltre che si realizza l’unità Io-Mondo e si ha un comune orizzonte di appartenenza. Per questo il grido di dolore è grido della carne, un grido che è capace di risuonare nel corpo del mondo. Damasio (2004) osserva che le risposte automatiche al dolore avvengono anche in assenza di coscienza, ma la percezione del dolore implica la presa di coscienza e quindi un sé che conosce e che sa di conoscere. In altre parole la percezione del dolore resta legata al mistero della coscienza; il come, quando e perché dalla integrazione di informazioni sensoriali nocicettive emerga la percezione del dolore si confonde quindi con l’enigma della coscienza e del mentale. Lo studio del dolore appare del resto sempre più centrale per la comprensione della fisiopatologia dei disturbi mentali. Il dolore somatico è un tipico sintomo di depressione e spesso dolore mentale e dolore fisico sono intercambiabili, la sofferenza depressiva in altre parole sembra interessare entrambi i versanti, somatico e mentale, e certamente il dolore cronico, come aveva intuito Darwin, induce e favorisce uno stato depressivo. Per questo lo studio della continuità a livello cerebrale tra l’esperienza del dolore somatico, del dolore mentale e della sofferenza depressiva può portare a dei modelli promettenti per la fisiopatologia dei disturbi mentali.

Ma come si tratta il dolore? Sin dai tempi di Galeno la medicina ha sempre privilegiato la via dell’analgesia “sine opium medicina cluadicat”, e certamente oggi gli strumenti farmacologici e perfino chirurgici contro il dolore sono molto potenti. La pratica clinica però insegna che forse questi strumenti hanno un’area di applicazione più limitata di quello che sembra. L’eliminazione completa del dolore è più una fantasia della nostra epoca di onnipotenza, che una meta da perseguire, perché di fatto l’analgesia è spesso associata all’anestesia, che annulla il dolore, ma abolisce anche la nostra coscienza, e non può che essere transitoria, puntuale, e quando nella mente si instaurano delle anestesie permanenti, esse sono così destrutturanti che mettono in serio pericolo l’economia della nostra vita affettiva.

La capacità dell’uomo di sopportare il dolore fa quindi la differenza e certi pazienti confondono il sentire il dolore con il soffrirlo, ma chi non riesce a sopportare il dolore non è capace neppure di “soffrire” il piacere (Bion,1970). Il dolore è quindi “necessario”, almeno nella misura in cui esso rappresenta il prezzo della nostra capacità di sentire e provare emozioni. Bion però non mira a idealizzare il dolore, egli è convinto che la terapia analitica sia in grado di aumentare la nostra capacità di soffrire e contemporaneamente di attenuare il dolore. Nei Seminari Tavistock, Bion (2005) anzi lamenta una profonda insoddisfazione riguardo al rapporto che psichiatri e psicoanalisti hanno nei confronti del dolore. Più duramente egli denuncia lo svuotamento di significato dell’espressione “sofferenza del paziente” e sostiene che in genere gli psicoanalisti sono più tesi a cogliere ciò che resta della psicoanalisi che la reale sofferenza del paziente. Tra il dolore “prezioso che matura” e la “lotta titanica” contro il dolore, si apre dunque un paradosso che sta alla base della stessa terapia analitica. La lotta contro il dolore si fa solo attraverso l’esperienza del dolore e quindi una terapia analitica non può che essere dolorosa; e questo è il prezzo che ognuno deve pagare per restare in contatto con la propria verità emotiva. Il dolore più grande è infatti quello di evitare il dolore stesso, perché ci riduce all’anestesia.

Il dolore nasce quindi nell’esperienza della carne e implica un limite ontologico, radicato nel bios, nella nostra capacità di sopportare dolore e frustrazione, ma contemporaneamente porta con sé l’ombra della nostra storia relazionale e della nostra capacità di accogliere noi stessi e l’altro. Per questo Bion considera il dolore sempre a due livelli: come segnale della capacità del paziente di sopportare il lavoro analitico; come “elemento” della psicoanalisi, che può essere interpretato solo quando acquista le dimensioni dell’oggetto analitico, ovvero quando acquista estensione nel campo del senso, mito e passione. Questo significa che il dolore può essere interpretato solo quando diventa un fenomeno intersoggettivo, condiviso e riconosciuto anche dal paziente, e dopo che si è rivestito di un mito personale e collettivo. Bion quindi ci insegna che in analisi esiste anche un dolore segnale che indica che la capacità del paziente è messa a dura prova, per cui occorre cautela perché se insistiamo il paziente rischia un crollo. È in quei momenti che il paziente mostra la sua lotta contro il cambiamento, “contro qualunque cambiamento e contro il dolore”. La capacità dell’analista sta allora nel cogliere l’emozione dolorosa quando questa è ancora nello stato di pre-monizione, “prima che essa sia diventata dolorosamente ovvia”. Questo implica che non tutto il dolore può essere trasformato, qualcosa di esso rimane fuori, come lato oscuro e insondabile dell’individuo. Dobbiamo quindi sempre domandarci se il soggetto è realmente in grado di sopportare la pena che la vita non risparmia, di soffrire il dolore impensabile, di trasformarlo, o è necessario trasferirlo a qualcuno che si occupi di noi? E l’opera pietosa dell’oblio è sempre possibile o più spesso ricorriamo alla finzione? In altre parole esiste sempre una tendenza a rimuovere il dolore che talora vede colludere il terapeuta con il paziente e che fa parte anche delle teorie del dolore.

Ogni teoria del dolore presenta infatti dei limiti soggettivi, dei punti ciechi, legati all’esperienza soggettiva del dolore, i suoi lati inelaborabili e oscuri. Il dolore è infatti capace di inibire, bloccare il pensiero riflessivo, trascinare il soggetto in una operazione di rimozione e diniego. Per questo è sempre difficile capire le strade che il dolore imbocca per raggiungere la coscienza e il modo con cui diventa oggetto di sapere. E tuttavia non esiste una vera opposizione oggettivo/soggettivo, privato/pubblico, ma il problema è sempre come interpretare i dati raccolti in prima persona (Varela, Shear, 1999). “La teoria è luogo e oggetto di esperienza”, scrive Laplance (1987), e sia Freud che Bion hanno attraversato momenti di intenso dolore, che in parte hanno bloccato l’elaborazione teorica e in parte l’hanno stimolata. La teoria del dolore si alimenta quindi alle fonti di una esperienza intima, subentra al posto di ricordi assenti e la forma delle sue costruzioni va a suturare una breccia iniziale scavata dal dolore per lasciare posto al pensiero. Pensare il dolore incontra il dolore del pensare. Così è stato in Freud, così in Bion. Annie Aubert (1996) afferma che il “Freud teorico merita altrettanta attenzione di un paziente”. Lo stesso potrebbe dirsi per Bion, a cui la sorte non fece mancare alcun tipo di dolore.

Freud aveva elaborato una originale teoria del dolore che implicava un legame stretto con la realtà e la biologia, ma rinunciò alla teoria del trauma mettendo tra parentesi le sue idee iniziali sul dolore. La rinuncia di Freud alla teoria del trauma e ai fondamenti biologici dello psichismo ha come conseguenza diretta la messa tra parentesi della teoria del dolore che aveva elaborato nel Progetto (1895). La concettualizzazione primaria del dolore viene trascinata nel movimento di rimozione che colpisce la teoria del trauma. L’isterica non soffre più di reminiscenze. Il modello dell’affetto diviene l’angoscia. La conversione farà a meno del dolore. È quindi il “principio di piacere”, che determina un allontanamento del processo psichico dal ricordo di ciò che un tempo era penoso e ciò che viene rimosso sono “soltanto impulsi di desiderio sessuali, derivanti dal materiale infantile”.

Il tema del dolore entra in realtà negli interessi di Freud sin dal problema della cocaina, che egli usò personalmente dal 1884 al 1895. Esso si inscrive dunque al posto di una lacuna, un vuoto, che rinvia a due episodi traumatici, collegati a colpa e dolore inconscio. La morte del fratello minore Julius quando Sigmund aveva un anno e la morte di Fleischl-Marxov, assistente di Brücke, per il quale Freud nutriva una forte passione e che curava con la coca. Entrambi rivali ed entrambi deceduti. Freud cadde dallo sgabello e si ferì alla mascella dopo la morte di Julius e negherà sempre ogni responsabilità per la morte del collega rivale. In quel periodo Freud soffrì di crisi di emicrania, affezioni nasali, sintomi gastrointestinali e cardialgie. Solo un tossico, la cocaina, era in grado di alleviare questi dolori che non potevano accedere alla coscienza. I primi lavori di Freud sul dolore hanno quindi una funzione difensiva. Nel 1923 Freud quindi comincia la sua odissea personale con il cancro alla mandibola. Sedici anni di dolore, 33 operazioni chirurgiche e insieme una intensa attività creativa, una vera urgenza di pensare, come risposta al dolore. È un Freud stoico, che cederà solo da ultimo, quando ricorda a Max Schur il suo impegno di porre fine al suo dolore con due iniezioni di morfina.

Gli Studi sull’isteria, rivelano una continuità con gli studi sulla coca attraverso l’anestesia e l’analgesia isteriche, ma le iperestesie, i dolori isterici, e i disturbi della sensibilità raddoppiano in positivo la sintomatologia del dolore. Nel contesto della clinica dell’isteria la concettualizzazione del dolore è quindi centrale, ma confusa e contraddittoria. Nell’isteria di conversione il problema è la questione della trasformazione dell’energia psichica in energia somatica, il dolore ne è l’agente di trasporto privilegiato, che permette un andirivieni tra dolore somatico e dolore psichico. Freud usa il dolore non come segno di patologia, ma come bussola per la mente, parla della sostituzione di un dolore morale con un dolore somatico, e fa l’ipotesi che la paziente impieghi l’espressione somatica come simbolo di quella psichica, attraverso un falso nesso. La sofferenza del corpo esprime ciò che non si può dire e che appartiene ad un altro registro. Il dolore somatico maschera, sta al posto di qualcosa d’altro. La rimozione determina un allontanamento dalla coscienza che libera l’Io da una situazione di “incompatibilità”, da un contrasto tra la “rappresentazione incompatibile e il proprio Io”, che genera un affetto “penoso” (1894). In questo modo però l’Io “si sobbarca il peso di un simbolo mnestico che, come un parassita, alberga nella coscienza quale innervazione motoria irrisolvibile, o quale sensazione allucinatoria”. Freud quindi ipotizza che la rimozione isterica si attui grazie all’aiuto della simbolizzazione. Per questo Freud cerca di colmare le lacune dello psichico attraverso un processo di tessitura che in realtà è un lavoro ermeneutico, ma trenta anni dopo, a proposito del dolore isterico, Freud (1925) è costretto ad ammettere che il famoso salto dalla mente al corpo resta misterioso, la rimozione è rimasta “il nocciolo dell’enigma”.

Freud elabora quindi una prima originale teoria sul dolore a partire dagli studi sull’isteria e il Progetto, tra 1890 e il 1895. Per il Freud del Progetto il dolore è il più imperioso dei processi biologici e insieme il segno del fallimento del sistema nervoso nella sua tendenza primaria ad evitare aumenti di tensione. Alla base del modello neurobiologico di Freud sta infatti “il principio dell’inerzia neuronica, secondo il quale i neuroni tendono a liberarsi di Q”, a scaricare la tensione, secondo il meccanismo della “fuga dallo stimolo”. Il sistema nervoso mostra quindi la più netta tendenza alla fuga dal dolore. Nel Progetto il dolore sopraggiunge allorché eccessive quantità di energie fanno effrazione nei dispositivi di protezione. Il dolore è quindi un fenomeno “eccessivo”, che rompe le barriere e disorganizza il sistema, provocando una tendenza alla scarica. In questa definizione il dolore rischia però sempre di confondersi sia con l’angoscia, concepita come accumulo di tensione sessuale psichica, sia con il dispiacere, che però resta sempre legato al piacere. Spiacevole non è infatti equivalente a doloroso, che resta legato alle vicissitudini del trauma. Dopo aver affrontato questo tema nel Progetto, Freud lo accantona perché sceglie un percorso teorico in cui la realtà e il biologico vengono messi tra parentesi. E con essi il dolore, che viene depotenziato, rimosso, e che ritornerà periodicamente come sintomo di questa rimozione della realtà, filtrata attraverso il modello del sogno. Il dolore quindi ritorna, inevitabilmente, insieme al problema del trauma. Essi si infiltrano tra le pieghe della realtà, ma Freud si dedica a seguire “le metamorfosi” dell’esperienza di soddisfazione, come appagamento di desiderio (nel sogno), come formazione di compromesso (nel sintomo), come piacere nascosto nella sofferenza, inconsciamente cercata dall’individuo. Dopo la famosa lettera a Fliess (21 settembre 1897) in cui Freud ritratta l’ipotesi traumatica e dice di non credere più ai suoi neurotica, la teoria del sogno, fondata sull’ipotesi del desiderio sessuale infantile, si pone come la vera strada maestra. Il sogno diventa il modello di base della psicoanalisi e come tale resterà, indissolubilmente legato al setting del divano. Gli effetti del dispositivo sono quelli di una regressione topica, per cui si sviluppa un preciso parallelismo tra il funzionamento mentale in seduta e le caratteristiche del modello del sogno. Il vero obiettivo diventa il riconoscimento dell’inconscio e del transfert, che sanziona il definitivo sottrarsi dell’analista dal luogo della sua realtà per collocarlo in quello della realizzazione allucinatoria del desiderio. Con lo studio dei sogni l’interesse per il dolore si cancella, a favore del dispiacere. Il problema non riguarda più la trasformazione dell’energia psichica in energia somatica, non è più la conversione, e al dualismo psiche-soma si sostituisce il dualismo conscio-inconscio a cui corrisponde la coppia piacere/dispiacere. Il dolore resta fuori. Freud scarta tutto ciò che potrebbe ricordare la presenza di una esperienza di dolore, come lo studio dell’incubo e spiega la presenza di sensazioni dolorose nel sogno con il concetto di deformazione del desiderio, “il contenuto penoso serve soltanto a mascherarne un altro desiderato”. La psicoanalisi si sviluppa come teoria della rappresentazione inconscia, e la relazione medico-paziente segue un modello ideale che Green (2002) riconduce alle vie della sublimazione e idealizzazione e che trova nella rappresentazione il suo “luogo geometrico”. Che ne è del dolore non rappresentabile? Green ammette che Freud lascia da parte l’esperienza del dolore, e il dispiacere o la sofferenza, in quanto forme rappresentabili del dolore, rimangono le uniche esperienze abbordabili da una psicoanalisi centrata sul modello del sogno e della rappresentazione.

La prima teoria del dolore viene quindi rimossa con l’Interpretazione dei sogni, ma la questione del dolore ricompare con il problema del narcisismo, negli anni della guerra. La questione del dolore ritorna infatti con le preoccupazioni per i figli al fronte, i dissensi con Jung, gli svenimenti e i timori ipocondriaci. Freud riprende il tema del dolore organico per introdurre il narcisismo di cui diventerà il paradigma. Il dolore organico crea infatti un distacco della libido dai suoi oggetti e un ripiegamento narcisistico su una parte del corpo. Il dolore si rivela quindi una delle vie di elaborazione dell’Io. La concezione dell’Io come istanza, nonché la sua genesi, è quindi legata all’esperienza del dolore, attraverso il ripiegamento narcisistico che dà all’Io una possibilità di unificazione. Un processo identico avveniva nella filosofia greco-latina con l’emergere del concetto di persona. L’Io in definitiva è un derivato da sensazioni corporee, “Io sono dolore”, dice Pontalis, evidenziando il momento esemplare del dolore nell’emergere di un Io corporeo. Il dolore tuttavia diventerà un concetto psicoanalitico solo con il 1920, quando con la scoperta dei limiti del principio di piacere entra di diritto nella metapsicologia freudiana.

L’ombra del trauma infatti preme dietro il dolore e con gli anni 20 Freud comprende che il tempo del trauma non è il tempo evanescente del sogno di una notte, ma è il tempo che si ripete, sempre uguale a se stesso. Esso persiste, insiste, nel luogo stesso del sogno a indicare il suo scacco definitivo. É un tempo senza oblio e senza lutto, che nella ripetizione vede il ritorno di un frammento di realtà che non è stato elaborato simbolicamente, ma anche l’espressione di una forza demoniaca che resta al di là del principio di piacere e che scardina l’assioma che tutti i sogni si fondano sulla realizzazione di un desiderio infantile. Freud è costretto ad ammettere che “nella vita psichica esiste davvero una coazione a ripetere la quale si afferma anche a prescindere dal principio di piacere”.  Questa forza che resta al di là del principio di piacere è naturalmente la memoria, incancellabile, del trauma, ma Freud si rende conto che ciò può mettere in crisi la sua costruzione e decide di non riabilitare quella che ormai considera l’ingenua teoria traumatica. La realtà, torna a bussare, ma la soluzione sarà di nuovo intrapsichica. La coazione a ripetere, viene riferita ad una forza pulsionale, che getta la sua ombra anche sul transfert, e lacera la psicoanalisi: la pulsione di morte. Il trauma e il dolore sono una porta verso l’esterno che Freud non poteva aprire. La psicoanalisi e la teoria del sogno, erano salve, seppur con una vistosa lacerazione.

Freud può quindi condurre a termine la sua teoria del dolore. Inibizione, sintomo e angoscia (1925) è il testo definitivo del dolore, anche se vi appare relegato in una appendice. Il dolore è la reazione propria alla perdita dell’oggetto, l’angoscia la reazione al pericolo che tale perdita implica. Al suo fondo, il dolore psichico, dipende senza dubbio da una perdita dell’oggetto, e tuttavia è il lutto la reazione propria alla perdita, quando l’esame di realtà impone il distacco dall’oggetto. Difficilmente quindi si potrebbe prevedere quando la separazione dall’oggetto genera angoscia, lutto o soltanto dolore. Freud ammette che “del dolore sappiamo pochissimo. L’unico elemento sicuro ci è dato dal fatto che il dolore, anzitutto e di regola, sorge quando uno stimolo che colpisce la periferia riesce a far breccia nello scudo che protegge dagli stimoli”. E questo, sia quando il dolore proviene dall’epidermide o un organo interno, sia quando è un dolore psichico, come per una perdita oggettuale. Freud avanza quindi l’ipotesi che “Il passaggio dal dolore fisico al dolore psichico corrisponde alla trasformazione da un investimento narcisistico a un investimento oggettuale”. Il dolore quindi è attuale, eccessivo, è una effrazione all’interno di un apparato psichico di cui sovverte l’organizzazione. Il modello del trauma ritrova la sua centralità. La nevrosi traumatica viene riferita alla conseguenza di una breccia nella barriera protettiva, quando grandi masse di stimoli sommergono il sistema P-C, e il principio di piacere viene messo fuori combattimento. Freud ipotizza che la condizione di spavento e quindi traumatica avviene quando manca la “preparazione connessa all’angoscia”, che insieme al “sovrainvestimento dei sistemi ricettivi” rappresentano “l’ultima difesa contro gli stimoli”. Questo fattore tuttavia non ha più alcun peso quando la violenza del trauma supera certi limiti”. Dobbiamo quindi ammettere che Freud, diversamente da come farà Grotstein, pone dei limiti alla violenza del trauma “sopportabile” e quindi all’onnipotenza dell’individuo.

Freud capisce anche la necessità di legare psichicamente la forza distruttiva del trauma. Il compito dell’apparato psichico diventa quello di “padroneggiare lo stimolo, di ‘legare’ psichicamente le masse di stimoli che hanno fatto irruzione nell’apparato psichico, in modo da potersene poi sbarazzare”. E questo concetto di legame psichico sarà fondamentale nella teoria di Bion. Il completamento della teoria del dolore avviene tuttavia con Costruzioni in analisi, (1937), quando la ricostruzione teorica e storica completa il vuoto di rappresentazioni scavato dall’esperienza del dolore. È negli ultimi lavori che Freud ammette che solo una ricostruzione narrativa possa ricomporre il buco lasciato dal trauma. La teoria del dolore si alimenta quindi alle fonti di una esperienza intima, subentra al posto di ricordi assenti ed è la forma delle sue costruzioni che sutura una breccia iniziale scavata dal dolore per lasciare posto al pensiero.

Anche Bion parte da una esperienza personale di dolore. Le sue autobiografie sono straordinari e dolorosi squarci sulla sua vita. Bion ci fa vedere i fantasmi nella macchina: “Vecchi fantasmi, che non muoiono mai. E neanche scoloriscono”. Egli stesso diceva di dover curare una “piaga in suppurazione”, che lo avvelenava, ma non sapeva di quale piaga si trattasse. In realtà, in Bion, il dolore è rappreso in coaguli d’esperienza -la separazione dai genitori, i traumi della guerra, la morte di parto della prima moglie- di quest’ultima, soprattutto, non smise mai di sentirsi responsabile, per non esserle stato vicino nei difficili momenti della gravidanza e del parto. Bion però segue un percorso diverso nei confronti dell’elaborazione del dolore. Mentre Freud lo rimuove, Bion inizialmente sembra idealizzarlo, lo mette in posizione centrale, ma come scisso. Nel periodo gruppale, Bion assume la posizione della Sfinge, che interroga il gruppo e conduce il gruppo ad interrogarsi, compreso il terapeuta, che del gruppo fa parte. In questo periodo il tema del dolore è riassunto in una celebre frase di John Donne, che Bion cita in Psichiatria in tempo di crisi, del 48, che ha l’effetto di un pugno allo stomaco: “Il dolore è una cosa preziosa e raramente l’uomo ne ha a sufficienza: nessuno ne ha abbastanza finché non ne viene arricchito e maturato”. Nei gruppi quindi Bion mantiene fissa la barra del timone sull’obiettivo, la crescita innanzi tutto, che diviene il suo compito primario, quello di un uomo ferito che non poteva permettersi di farsi frenare dal proprio dolore, e neppure da quello degli altri. Nei gruppi infatti la capacità di sopportare il dolore non è ancora considerata come limite naturale del lavoro analitico, da ciò le accuse di freddezza e mancanza di empatia che molti hanno rimproverato allo stile bioniano nei gruppi. Il secondo periodo è quello della teorizzazione: Elementi della psicoanalisi, Trasformazioni e Attenzione e Interpretazione. Il terzo periodo quello degli ultimi scritti in cui il tema del dolore riemerge, improvviso, come un fondo autobiografico, insondato, che rinvia ad aree di sofferenza e di dolore impensabili. Nei Seminari Italiani e nella trilogia di Memoria del futuro, tra scarti poetici e teorici, emerge tutta la diffidenza di Bion per le teorie, comprese quelle psicoanalitiche. Bion parla della psicoanalisi come di una sorta di “paramnesia freudiana”, elaborata e resa coerente con il compito di riempire “il gap della nostra terribile ignoranza”. Di fatto -osserva - ci rivolgiamo alle teorie soprattutto quando siamo stanchi o più ignoranti del solito, e quindi meno disponibili ad aprirci alla reale esperienza nel qui ed ora con il paziente. Nelle ultime opere si coglie quindi l’uomo Bion, il clinico “empatico e intuitivo”, ma anche il grido di dolore di chi reclama la realtà della sofferenza: “La sofferenza mentale è ritenuta ancora oggi, come un far storie per nulla. Si discutono le teorie -raramente il dolore che chi soffre infligge o incarna”. Del resto la psicoanalisi istituzionale è rimasta “sorda” al problema del dolore fino agli anni 70, quando Pontalis e Green denunciano la reticenza degli psicoanalisti ad accettare la nozione stessa di dolore psichico. Quando poco più tardi Bion sostiene che “è raro trovare un analista che crede sia nella sofferenza mentale sia nella possibilità di cura, nel senso di un autentico sollievo”, egli coglie quindi una verità istituzionale che fatichiamo tuttora a riconoscere. Il dolore rimane un tema scomodo che implica il confrontarsi con il perturbante dell’origine, del trauma, e agitare i fantasmi di antichi imbarazzanti conflitti, in particolare tra Freud e Ferenczi, fino a toccare il cuore stesso del metodo psicoanalitico. Di fatto la psicoanalisi è rimasta a lungo fondata su una profonda rimozione del dolore, così come della realtà e del trauma, ad esso connessi.

La grande intuizione di Bion è che chi non è in grado di soffrire il dolore non è in grado neppure di vivere il piacere, rifiutare il dolore significa l’anestesia emozionale. Il nostro apparato per pensare di fronte agli aspetti traumatici della realtà, la paura del cambiamento e la responsabilità del pensare, mette in atto processi evacuativi per alleviare il dolore impensabile. La cultura dell’evacuazione segna dunque i limiti del sistema, ma paradossalmente ne indica anche i mezzi più potenti di comunicazione e trasformazione. Il modello di Bion prevede quindi che il dolore, l’elemento beta, possa essere accolto e trasformato attraverso la rêverie e la funzione alfa dell’analista, e quindi attraverso il processo del sogno. Questo modello del sognare come metabolizzazione e introiezione dell’esperienza emozionale è alla base della attuale concezione della psicoanalisi come processo terapeutico in cui paziente e analista si impegnano in una esperienza che crea le condizioni perché l’analizzando possa riuscire a sognare esperienze emotive precedentemente non sognabili. Ogden (2009) sviluppa questo modello, ma ammette che quando l’esperienza non può essere sognata o perché “insopportabilmente dolorosa”, come in un trauma esterno, o per un “trauma intrapsichico”, in cui ci si sente sopraffatti da una fantasia cosciente o inconscia, allora si ha lo sviluppo della psicopatologia: “L’esperienza che non può essere sognata –sia in conseguenza di forze prevalentemente esterne oppure intrapsichiche -rimane con l’individuo come un “sogno non sognato” in forme come disturbo psicosomatico, psicosi scissa, stati anaffettivi (McDougall, 1984), sacche di autismo (Tustin, 1981), gravi perversioni (De M’Uzan, 2003) e tossicodipendenze”. Per Grotstein il gioco psicoanalitico deve permettere al paziente di trasferire il suo dolore all’analista, in quello che egli chiama il patto di pietà, secondo l’idea originale di Meltzer del transfert come trasferimento del dolore. Anche in questo modello l’analista ha il compito di accogliere e sognare il dolore del paziente, che può riprendersi il dolore trasformato come una sua autentica esperienza, ma se non vi riesce il risultato finale è che il dolore viene “assorbito”, come un male ineliminabile, attraverso il sacrificio dell’analista-Cristo.

L’idea di base della psicoanalisi sembra quindi che il dolore debba essere mentalizzato per poter essere rimosso, consegnato alla pietosa opera dell’oblio, ma per i gravi traumi, o quando la capacità di soffrire è limitata, il dolore sembra incistarsi nel corpo come malattia psicosomatica, o cercare le vie della anestesia, sotto forma di tossicodipendenza, di allucinosi, di perversione, e quindi della violenza, quando viene espulso e proiettato violentemente in un capro espiatorio. E la filosofia e l’arte naturalmente hanno spesso precorso queste intuizioni.